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ANCORA BARRIERE ALLA MERITOCRAZIA NEL NUOVO CONTRATTO INTEGRATIVO 2003 DEL M.I. CHE RITARDERANNO LA MODERNIZZAZIONE NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

di Sebastiano Battaglia

Il contratto integrativo 2003 del Ministero dell’Interno discende dal CCNL – Comparto Ministeri 2002-2005. Questo contratto integrativo, ancora una volta, ha disatteso le legittime aspettative di molti dipendenti pubblici che si riconoscono in quell’area virtuale dei cosiddetti dipendenti-professionisti, poiché vantano un curriculum specifico di formazione e lavoro presso liberi professionisti e/o aziende private nei vari settori, cui consegue la certificazione dei periodi di tirocinio utili all’abilitazione all’esercizio della libera professione, rilasciata dagli Ordini professionali di categoria e valida su tutto il territorio nazionale.

Il lavoratore che abbia intrapreso un percorso conoscitivo (di approfondimento dei sistemi gestionali e delle procedure) nell’ambito privatistico non riuscirà, da pubblico dipendente, a disfarsi dell’abitus mentale e culturale che ormai fanno parte del suo modus vivendi. Talché, nello svolgimento della sua opera quotidiana, egli eserciterà, naturalmente, quelle potenzialità cognitive acquisite precedentemente l’ingresso nella pubblica amministrazione, da non distinguere quando scatta il limite di demarcazione tra ciò che deve dare limitatamente alle sue attribuzioni istituzionali e quanto in effetti egli riesce a dare, forte della sua pregressa esperienza lavorativa. In effetti, quando il datore di lavoro non riconosce quel surplus di redditività delle risorse umane; quando la politica degli avanzamenti giuridici in massa o degli incentivi offerti è posta sul piano della elargizione indiscriminata dei diritti e benefici concessi a chiunque e l’appiattimento generalizzato per la mancanza di stimoli della dirigenza prende il posto delle gratificazioni ad personam (che spetterebbero a quei dipendenti che non danno motivo di problemi nella conduzione dei loro servizi); allora il danno alla sensibilità soggettiva della persona costituisce offesa alla dignità professionale del lavoratore, intesa come esigenza di manifestare la propria utilità nel contesto lavorativo e quindi lesione del diritto fondamentale alla libera esplicazione della personalità dell’individuo nel luogo del lavoro.

In altre parole, la mancanza di valorizzazione delle risorse umane arreca pregiudizio alla personalità dell’individuo nel luogo di lavoro, in quanto procura direttamente la mortificazione della sua professionalità.

Oltre tutto, per partecipare ad una progressione verticale è importante che sia un diritto-dovere del lavoratore negoziare – paritariamente con l’amministrazione di appartenenza - l’acquisizione di spazi di maggiore professionalità, che consentano l’inquadramento verso superiori posizioni retributive.

Ma ciò potrà avvenire solo se la piattaforma delle rivendicazioni contrattuali verrà deliberata a seguito di consultazioni con l’assemblea dei lavoratori, previa dibattiti e concertazioni; e non quando invece la stessa viene imposta nel chiuso delle segreterie delle confederazioni sindacali (facendo credere, magari, di avere avuto la delega dei lavoratori, per assumere determinate scelte) o delle Direzioni centrali delle Amministrazioni pubbliche.

Ebbene, il contratto integrativo recentemente approvato dal Ministero dell’Interno, di concerto con i Sindacati, non contempla – inspiegabilmente - il riconoscimento delle abilitazioni professionali. Seppure uno dei principi dell’art. 35 del Dlgs 165/2001 ammonisca che le procedure di reclutamento nelle pubbliche amministrazioni debbono conformarsi "all’adozione di meccanismi oggettivi e trasparenti, idonei a verificare il possesso dei requisiti attitudinali e professionali richiesti in relazione alla posizione da ricoprire".

Di analogo orientamento della su esposte disposizioni di legge è la Direttiva 13 dicembre 2001 della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Funzione Pubblica. La quale indica come strategia del cambiamento per lo sviluppo delle organizzazioni pubbliche la conoscenza e la competenza che passano attraverso la valorizzazione delle professionalità, idonee a garantire un’elevata qualità dei servizi; indirizzando la formazione in base alle esigenze e le inclinazioni dei lavoratori.

A mio modesto avviso, credo che un contratto integrativo, adottato da ciascuna Amministrazione pubblica, quando si discosta sostanzialmente da certi principi normativi basilari, sanciti dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro - Comparto Ministeri, potrebbe paventare seri dubbi sulla sua fondata legittimità.

Intanto, occorre precisare che detto contratto concerne il periodo 1 gennaio 2002-31 dicembre 2005 per la parte normativa ed il periodo 1 gennaio 2003-31 dicembre 2003 per la parte economica.

Costruisco l’ipotesi di cui sopra in base a tre punti essenzialmente:

  1. L’articolo 8, Titolo III, Capo I del CCNL 2002 – 2005, dispone espressamente di confermare l’attuale sistema di classificazione previsto dal CCNL del 16 febbraio 1999 e di proseguire nel processo di valorizzazione professionale dei lavoratori, che si configura come strumento di supporto alla riforma stessa anche nell’ottica della piena armonizzazione con il settore privato. Ciò, al fine di garantire il progressivo miglioramento della funzionalità degli uffici nonché promuovere l’efficienza e l’efficacia dell’azione amministrativa.

     

  2. La contrattazione integrativa deve valorizzare i principi già enunciati nel pregresso sistema classificatorio, per pervenire ad una gestione ottimale delle risorse umane, sulla base dell’esperienza maturata.

     

  3. La valutazione delle capacità attitudinali deve essere effettuata in modo ponderato, tenendo conto di tutti i titoli presentati dai candidati, in relazione alle peculiarità professionali che caratterizzano le aree e i profili cui si riferiscono le selezioni, riconducibili (ai sensi dell’art. 15 del CCNL 16 febbraio 1999), all’esperienza professionale, al titolo di studio, agli altri titoli culturali e professionali.

A tal riguardo, si consultino le seguenti sentenze nonché miei articoli sull’argomento, pubblicati sui siti web:

http://www.diritto.it/articoli/amministrativo/battaglia2.html;

http://www.diritto.it/articoli/amministrativo/battaglia3.html;

http://www.lecosebelledellavita.com/xp/Pubblica%20Amministrazione/Wanted.htm;

http://www.lecosebelledellavita.com/xp/Pubblica%20Amministrazione/Ilrevisorecon.htm;

 

bullet Corte Costituzionale 30/10/97, n° 320, consistente nell’illegittimità di inquadramenti di dipendenti in fasce più alte in modo automatico, cioè per anzianità di servizio;

 

bullet Sicilia – Catania – 28/04/99, n° 750, consistente nella valutazione dei titoli, assumono carattere residuale i cosiddetti titoli vari, cioè le pubblicazioni, l’idoneità in precedenti concorsi, i titoli di specializzazioni;

 

bullet Consiglio di Stato, Sez. V, 14/04/2000, n° 2230, consistente nella illegittimità di quelle progressioni in carriera che tengano poco conto del percorso culturale e professionale degli aspiranti concorrenti strettamente collegato alle esperienze lavorative maturate.

Si ricorderà, a titolo di raffronto tra il CCNL 1998/2001 e il CCNL vigente, che l’art. 13 del precedente contratto prevedeva l’istituzione nell'area C di posizioni organizzative che richiedono lo svolgimento di funzioni di elevata responsabilità, nella quale far confluire i lavoratori inquadrati nella VII, VIII e IX qualifica che espletano una attività che richiede l'abilitazione all'esercizio della professione e/o l'iscrizione ad albi professionali. Mentre l’art. 15 del precedente CCNL considerava altresì elementi utili, l'esperienza professionale acquisita e il possesso di titoli di studio e professionali coerenti con i processi di riorganizzazione o innovazione tecnologica.

A tal riguardo, in quanto l'abilitazione delle persone incaricate del controllo di legge dei documenti contabili, tanto per fare qualche esempio (disciplinata dal Dlgs 27 gennaio 1992, n. 88, in attuazione della Direttiva 84/253 Cee) è conseguita per atto individuale e consente l’esercizio della relativa professione su tutto il territorio nazionale (si veda Consiglio di Stato, Sezione III,2 aprile 1996, n. 415; Sezione IV, 3 giugno 1997, n. 595), presupponendo il requisito essenziale ed indispensabile dell'iscrizione in un registro professionale (tenuto presso il Ministero di Grazia e Giustizia), stupisce osservare che, sia nella sede della precedente, come della vigente tornata contrattuale, l’Amministrazione Civile dell’Interno di concerto con i Sindacati non abbia dato rilevanza – assolutamente – alle abilitazioni professionali.

Mentre c’è da dire che l’abilitazione in questione sembra potersi ritenere sicuramente, ai fini delle progressioni verticali interessanti le riqualificazioni interne di personale dipendente, "abilitazione professionale specifica".

Per cercare di dimostrare come il legislatore mostri di conferire la dovuta attenzione alla categoria delle abilitazioni professionali, nello stesso ambito pubblicistico, anche in barba alla stessa dirigenza, si invita a riflettere su questa ulteriore considerazione: il dipendente della pubblica amministrazione, che sia iscritto all’albo speciale dei dottori commercialisti, e voglia svolgere il tirocinio triennale per l’ammissione all’esame di Stato di revisore contabile, dovrà rivolgersi presso analogo dipendente pubblico, abilitato al controllo legale dei conti (DPR 6 marzo 1998, n° 99, integrato dal D.P.R. 12 luglio 2000, n° 233). Nel caso in cui l’ente di appartenenza non disponga di persone abilitate ai sensi delle su esposte disposizioni, il dottore commercialista non potrà svolgere il suddetto tirocinio presso il dirigente dell’ente pubblico.

Quanto sopra ci aiuta a capire quanta importanza potrebbero assumere talune figure professionali che si riflettano nell’alveo della riforma del bilancio dello Stato secondo una impostazione economica, mutuata dai principi aziendalistici delle imprese private, voluta dal Dlgs. 7 agosto 1997, n° 279, Titolo III (sulla base della delega al Governo con legge 3 aprile 1994, n° 94), che ha previsto le unità previsionali di base, introducendo il sistema unico di contabilità economica analitica per centri di costo. Oltretutto si badi alla significatività che opportunamente bisognerà attribuire al nuovo sistema contabile che si pone in stretta integrazione con il processo di formazione del bilancio di previsione e con le decisioni di finanza pubblica, sia con il sistema di controllo interno di gestione. (Si veda la Circ. 4/07/2003 del M.F., in G.U. n° 162 del 15/07/2003).

Ma ancora discutendo sul fronte della costituzione delle nuove aree funzionali dei nuovi U.T.G. (Uffici Territoriali del Governo), previsti dal D.P.R. 17 maggio 2001, n. 287, ai sensi dell'articolo 11 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, l'Ufficio del Governo, per potere essere in grado di assicurare il supporto al prefetto nell'esercizio delle funzioni di rappresentanza generale del Governo, di coordinamento delle pubbliche amministrazioni statali sul territorio e nell'espletamento dei compiti di collaborazione a favore delle regioni e degli enti locali interessati, dovrà avvalersi di una così efficiente rete organizzativa - sotto il profilo tecnico-amministrativo - da porlo al passo della nuova sfida di modernità dello Stato.

Neanche l’A.R.A.N. (Agenzia per la rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni), istituita dal D. Lgs 29/1993, preposta alla negoziazione e definizione dei contratti collettivi del personale dei vari comparti del pubblico impiego (ivi compresa l'interpretazione autentica delle clausole contrattuali … nelle amministrazioni pubbliche), poiché assiste le pubbliche amministrazioni per l'uniforme applicazione dei contratti collettivi di lavoro, sembra, abbia mai sollevato alcuna eccezione sulla palese, inopportuna incongruenza tra il dettato dei CC.NN.LL. sopra citati ed il mancato recepimento dei titoli abilitativi da parte dei contratti integrativi del M.I. fra i criteri dei passaggi tra le aree, trattati dal nuovo sistema di classificazione del personale.

Non si dimentichi che, a proposito di abilitazioni professionali, in particolar modo per i revisori dei conti, la stessa Amministrazione Centrale del Ministero dell’Interno, mostrava interesse a questo titolo, tanto che, con nota n° M/29138/11 in data 26/06/…(illegibile), comunicava che il Ministero dell’Industria del Commercio e dell’Artigianato avesse chiesto la collaborazione delle Prefetture per la individuazione dei nominativi di esperti, da scegliere possibilmente tra i funzionari della carriera di ragioneria dell’Amministrazione Civile dell’Interno, dovendo designarli, in rappresentanza di quel Dicastero, quali componenti del collegio dei revisori dei conti presso le Camere di Commercio, dell’Industria e dell’Artigianato di alcune Province. Solo che in sede di valutazione di detti requisiti per la carriera non ne ha tenuto conto.

La funzione del controllo legale dei conti, svolta dal revisore contabile, già di per sè rilevante nell’ambito degli EE.LL., è stata recentemente accentuata dalla legge 24 aprile 2002, n° 75, all’art. 3-bis, che, introducendo l’art. 268-bis del Dlgs 18 agosto 2000, n° 267, sulla procedura straordinaria connessa al dissesto finanziario negli EE.LL., ha stabilito che, ove l'organo straordinario di liquidazione non possa concludere entro i termini di legge la procedura del dissesto per l'onerosità degli adempimenti connessi alla compiuta determinazione della massa attiva e passiva dei debiti pregressi, la prosecuzione della gestione è affidata ad una apposita commissione, nominata dal Presidente della Repubblica su proposta del Ministro dell'interno.

Il comma 3 del prefato art. 3-bis (Lg. 75/2002), chiarisce che la commissione è composta da tre membri ed i componenti sono scelti fra gli iscritti nel registro dei revisori contabili. Uno dei quali è proposto dal Ministro dell'interno su designazione del sindaco dell'ente locale interessato.

Le stesse cooperative, a decorrere dal 1° gennaio del 2004, in occasione del rinnovo dei collegi sindacali, avranno l’obbligo di nominare degli iscritti nel Registro Nazionale dei Revisori dei conti, ai sensi dell’art. 13 del Dlgs n° 220/2002 prima e del Dlgs 6/2003 poi, avendo, quest’ultimo, inteso ricondurre la disciplina del collegio sindacale delle cooperative nell’alveo delle regole generali previste per le altre società. A tal proposito, mi viene da pensare alle società cooperative di vigilanza che amministrano le guardie giurate, ed all’interesse istituzionale che a queste mostra l’istituto prefettizio, per la competenza a rilasciare l’autorizzazione amministrativa per l’esercizio dell’attività di vigilanza, pena l’impedimento allo svolgimento dell’esercizio d’impresa. Al diniego del rinnovo della predetta autorizzazione, da ricercarsi oltre che in eventuali irregolarità amministrative anche nella mancanza dei requisiti di chiarezza dei bilanci; sulla cui analisi il funzionario pubblico, abilitato all’esercizio della libera professione di commercialista o revisore contabile saprebbe relazionare al prefetto con indici indicatori che traccino una chiave di lettura dell’elaborato per le disfunzioni nei fatti di gestione rilevate nei conti economici e patrimoniali della società cooperativa.

Similmente, per ciò che concerne la delicata fase di transizione verso la trasformazione delle Ipab in aziende di servizi, voluta dalla legge 8 novembre 2000, n° 328 e dal Dlgs 4 maggio 2001, il Prefetto inciderà sensibilmente all’attuazione della trasformazione, nominando un proprio commissario ad acta se, decorso inutilmente il termine stabilito perché avvenga il passaggio, la Regione non abbia provveduto alla nomina di un proprio commissario, (per la predisposizione delle procedure di trasformazione).

Anche in questo caso, anche se non espressamente richiamata dalle disposizioni, la figura del revisore dei conti si appaleserebbe più consona al ruolo rivestito dal commissario ad acta per la specificità della funzione richiestagli.

Ripercorrendo la precorsa, tanto discussa riqualificazione del personale dipendente nel Pubblico Impiego, si ricorderà l’interrogazione parlamentare, presentata dall’On. Pier Paolo Cento in data 9/11/2001, con la quale veniva evidenziato che con le procedure del primo contratto integrativo allora veniva permesso che personale amministrativo venisse riqualificato all'ottavo e nono livello della carriera informatica o linguistica senza aver acquisito alcuna esperienza professionale nei settori di accesso. Cosicché, elettricisti e tipografi specializzati accedevano invece al settore ristoro quali responsabili di mensa, mentre gli stenodattilografi diventavano tout court assistenti informatici pur avendo sempre svolto mansioni amministrative. Mentre gli ex addetti al personal computer appartenenti alla carriera informatica sono stati inglobati nell'area amministrativa; il personale linguistico con esperienza nel campo delle traduzioni e dell’interpretariato che veniva superato da personale amministrativo sol perché in possesso del titolo di laurea, seppur in mancanza delle benché minime conoscenze oggettive della lingua straniera parlata e scritta. Collaboratori amministrativi, da sempre svolgenti mansioni amministrative, che, per avere posseduto una laurea non pertinente accedevano al nono livello di Direttore Informatico, paradossalmente non avendo mai acceso un personal computer; oppure di Direttore amministrativo contabile se in possesso della laurea in Scienze Politiche.

Nel campo della ragioneria potrei rendere meglio l’idea dello scempio prodotto dalla precedente riqualificazione avendo riguardo a due aspetti significativi del percorso formativo, con cui il dipendente si trova quotidianamente a dover convivere:

 

bullet quello che tiene conto della formazione dottrinaria, in base ai titoli di studio ed alle abilitazioni professionali;
bullet quello che tiene conto della formazione tecnica, svolta in seno all’amministrazione, ottenuta a seguito dell’assegnazione dei servizi e le relative responsabilità nelle varie fasi dell’istruttoria procedimentale.  

Dei suddetti aspetti, è pensabile che il funzionario di ragioneria, in quanto espleta le sue attività nel settore economico-finanziario, abbia una più che sufficiente conoscenza, dal punto di vista dottrinario, nelle seguenti materie:

  1. – normativa i.v.a. (imposta sul valore aggiunto), di cui al D.P.R. 26/10/1972, n° 633;

     

  2. – Testo Unico delle II.DD. (Imposte Dirette), approvato con D.P.R. 22/12/1986, n° 917, e successive modificazioni ed integrazioni;

     

  3. – contabilità di Stato, per ciò che riguarda le normative sui processi amministrativi e finanziari di formazione del bilancio dello Stato, indispensabile per la gestione dei capitoli di spesa; la rendicontazione finanziaria e la presentazione dei conti giudiziali.

     

  4. - Le tantissime disposizioni che si sono da qualche tempo succedute, concernenti l’acquisizione dei beni e servizi in economia (DPR n° 384 del 20/08/2001 e D.M. del 29/04/2002); gli appalti dei lavori pubblici (legge 109/94 e D.P.R. 554/99); l’esternalizzazione dei servizi della Pubblica Amministrazione; il Regolamento per le gestioni dei consegnatari e dei cassieri delle Amministrazioni dello Stato (DPR 4/09/2002, n° 254); gli acquisti tramite il sistema delle convenzioni quadro CONSIP, previste dalla legge 23/12/1999, n° 488, art. 26 nonché dalla legge finanziaria 27/12/2002, n° 289, art. 24.; e quant’altro.

E’ pensabile anche che la pratica quotidiana del lavoro faccia acquisire al lavoratore quella manualità basilare atta ad assimilare i concetti delle normative sopra citate, applicate di volta in volta alle fattispecie concrete. Perciò, in casi simili, si stabilisce una sorta di fusione tra conoscenza e pratica lavorativa, da far si che per l’ente di appartenenza del lavoratore, lo stesso diventi un capitale potenziale, cioè risorsa umana che esprime al meglio la propria capacità produttiva, che dà efficienza al suo reparto, a vantaggio di chi usufruisce dei servizi da questi resi.

Quando, contrariamente a come succede abitualmente, a un collaboratore amministrativo, occupatosi da molti anni di patenti, o decreti espropriativi, o di pratiche di invalidità civile, o di porto d’armi o porto pistola, o di stato civile e cittadinanza, sol perché in possesso del titolo di laurea in economia e commercio, gli si è permesso di transitare nei ruoli della ragioneria, acquisendo precedenza e preferenza su quei colleghi che da sempre hanno svolto compiti istituzionali tipici del settore economico e finanziario, quale contributo potrà venire in aiuto da questi, se non l’impudenza di aspettare per molto tempo ancora, in attesa che acquisisca i rudimenti dei servizi ed imparare a prendere confidenza con le più disparate disposizioni di legge, il più delle volte difficili da assimilare? E nell’attesa che il nuovo funzionario "premiato dalla riqualificazione" riesca a dare i frutti per cui viene pagato dallo Stato, cioè che esplichi la funzione di Direttore amministrativo-contabile per la quale lavora (almeno da un punto di vista puramente figurativo), chi paga i tempi della famigerata attesa? Forse il cittadino, che comunque chiede un servizio allo Stato, non obbligato a sapere se quel servizio lo debba istruire tizio o caio; o se quel servizio sia più difficile di un altro? Ahimè, finirà che i tempi della famigerata attesa li dovrà pagare inevitabilmente il collega non riqualificato, che da tempo ha imparato a districarsi nel coacervo di leggi e circolari ministeriali, ma che sicuramente è già esperto delle normative e dei servizi come mandatario di ordinanze ad personam e perciò dunque gli toccherà svolgere dei compiti magari più difficili, di maggiore responsabilità, che sarebbe giusto venissero impartiti a quella funzione istituzionale propria, prevista contrattualmente, che paradossalmente è toccata a dipendenti "riqualificati", probabilmente meno capaci, cui spetterà inequivocabilmente un trattamento economico certamente più interessante, non commisurato, né al sostanziale grado di responsabilità, né – tantomeno – alle attitudini possedute.

Credo che non bisognerà più tollerare che l’inquadramento iniziale nel ruolo, ottenuto a seguito di regolare concorso, venga inficiato da ingiustizie per iniquità subite (privilegiando l’anzianità di servizio) a vantaggio di chi, asservendo a logiche di lottizzazioni sindacali, sia subentrato al posto d’un altro, scompaginando l’ordine progressivo originario, assegnato inizialmente dall’amministrazione nel ruolo.

Basterebbe, invece, che la selezione del personale interno venisse espletata attraverso una attenta disamina del fascicolo personale degli aspiranti alla qualifica funzionale superiore per la verifica dei requisiti minimi essenziali previsti dall’art. 3 del DPR 10/01/1957, n° 3 dello statuto dei lavoratori, espungendo dai criteri oggettivi per la progressione verticale quei passaggi da un livello all’altro basati sugli automatismi di carriera legati alla mera anzianità di servizio.

Il profilo del dipendente verrebbe altresì completato prendendo in considerazione la pubblicazione di saggi su temi specifici, pubblicati su riviste specializzate, e gli incarichi esterni per posizioni di elevata responsabilità, per cariche sociali presso consigli di gestione e/o organismi di controllo; in analogia all’orientamento tracciato dai su accennati pronunciamenti giurisprudenziali.

Per quanto mi riguarda personalmente, devo dire che se ho beneficiato della riqualificazione, ciò lo devo ad una mera casualità, una bella fortuna, non certo per i miei meriti (se mai ne abbia), ma perché sono stato favorito dalla posizione nel ruolo. Mentre, paradossalmente, stupisce osservare che casi come quello di un collaboratore amministrativo-contabile (7^ qualifica funzionale presso l’ufficio ragioneria), dottore commercialista, sia rimasto al palo, non avendocela fatta.

L’esperienza accumulata in anni di lavoro, anche per incarichi esterni, come quelli di funzionario incaricato della verifica bimestrale del fondo di consistenza di cassa presso il Comando provinciale dei Vigili del fuoco; o come componente la Commissione per l’accertamento dello stato di fuori uso dei beni mobili presso il predetto Comando; oppure di componente, prima, e presidente, poi, il Collegio dei Revisori dei conti presso un’istituzione pubblica di assistenza e beneficenza; o di componente la Commissione vincite Enalotto, non mi sono serviti affatto a farmi guadagnare punteggio nelle su accennate procedure di selezione nei passaggi interni tra le aree.

Avrei trovato onesto e corretto, invece, se il contratto avesse fatto distinzione tra due categorie di lavoratori: a) quella relativa alla stragrande maggioranza dei dipendenti, cui riconoscere - proporzionalmente, attraverso l’istituto degli incentivi economici, la meritata, conquistata anzianità di servizio, quella contributiva, per intenderci; destinataria di benefici economici, magari legati a fasce di anzianità ed alle qualifiche. b) Gli altri dipendenti, da ricercarsi tra quelli che si distinguono per il merito dei contenuti professionali mostrati sul posto di lavoro, quelli implicanti un riconosciuto concorso di partecipazione tecnica (giuridica, contabile, ecc.) nella predisposizione degli atti amministrativi rassegnati nell’esercizio delle funzioni. Quei lavoratori, cioè, che contribuiscono all’istruttoria procedimentale con maggiore "responsabilità negoziale" rispetto ad altri, coincidente con le vedute, le ansie e le attese impersonate da chi ha la titolarità dell’amministrazione di appartenenza. A quest’ultima fascia di dipendenti, a mio avviso, è giusto che si permetta una opportunità di carriera in più degli altri.

Pressappoco dello stesso tenore sono da leggersi le sentenze del Giudice del Lavoro del Tribunale di Napoli; del Giudice del Lavoro del Tribunale di Salerno e del Tribunale di Teramo, emesse nel 2001 a tutela della professionalità maturata in anni di servizio, che hanno sancito il principio ineludibile secondo cui l’anzianità di servizio non può in alcun modo essere genericamente equiparabile all’esperienza professionale.

Invero, in uno Stato di diritto, fondato sul principio costituzionale del rispetto delle regole democratiche, è necessario poter dare spazio a chiunque ed in egual misura. E nell'ottica dei principi fondamentali delle libertà di affermazione della persona, è importante, ai sensi dell’art. 3 della Cost., fare la differenza tra chi si sia impegnato nel lavoro, con spirito di sacrificio, acquisendo varie esperienze mirate alla conoscenza e l’approfondimento di competenze e metodologie (anche informatiche, potendo vantare degli attestati di risultato), e chi abbia preferito investire il minimo del proprio contributo nella crescita professionale. Per cui, sembra giusto e saggio diversificare le posizioni economico-retributive di entrambe le categorie di persone, in funzione dell’incidenza del sacrificio da queste offerto; proporzionalmente alle attese meritocratiche che ciascuno – liberamente, ma responsabilmente – ha mostrato di sapersi conquistare, in base alle proprie possibilità.

Il guaio è che la precedente riqualificazione è stata contestata per le aberranti procedure selettive che sono state permesse nei passaggi di livello tra le aree senza alcuna verifica meritocratica. E quel che peggio anche quest’ultima tornata contrattuale crea carriere vuote di seri contenuti professionali in quanto teatro di insipienza e pressappochismo perché agevola le promozioni di chi è più anziano d’un altro soltanto, escludendo le opportune verifiche della preparazione tecnico-attitudinale e non riconoscendo valore alle abilitazioni.

E’ bello poter dire: il Dlgs. 29/93 ha introdotto la privatizzazione del rapporto di pubblico impiego, affidando l’organizzazione interna degli uffici all’istituto della contrattazione collettiva di lavoro, in base a norme di diritto comune. Ma è pur vero che dalla privatizzazione non si possono sottrarre quegli istituti normativi che sono strettamente connaturati con una visione aziendalistica dell’ufficio, riconducibili agli strumenti basilari di cui si avvale comunemente un’azienda, attraverso il ricorso alle collaborazioni esterne, che si impersonano nei liberi professionisti, muniti di abilitazioni professionali, indipendentemente che abbiano la laurea o che non ce l’abbiano. Ma che proprio queste ultime, oggigiorno, non sono poi così semplici da acquisire. Poiché, se in possesso della laurea, l’aspirante all’abilitazione deve svolgere tre anni di tirocinio (documentato) presso un professionista iscritto al rispettivo albo professionale ed a termine sostenere un esame dinanzi una commissione di esperti appositamente costituita. Mentre, se in possesso di diploma, l’aspirante all’abilitazione deve conseguire una laurea breve e svolgere tre anni di tirocinio presso un professionista iscritto al rispettivo albo professionale ed a termine sostenere un esame dinanzi una commissione di esperti appositamente costituita.

Tra le abnormità sotto gli occhi di tutti, ve n’è una sulla quale occorrerebbe che il legislatore facesse conoscere il proprio pronunciamento. E riguarda la valutazione delle specializzazioni (su materie specifiche del settore), intese come quelle che si conseguono solamente post-laurea.

Conformemente al combinato disposto legislativo ex legge 19 novembre 1990, n° 341 ed al D.P.R. 10 marzo 1982, n° 162, sulla formazione di specialisti presso le scuole di specializzazione, si fa osservare che, con lo stesso decreto del Presidente della Repubblica di cui al comma 3, sono determinati i diplomi di specializzazione di cui al comma 2 che in relazione a specifici profili professionali danno titolo alla partecipazione agli esami di abilitazione per l'esercizio delle corrispondenti professioni, ed hanno lo scopo di fornire ai candidati una adeguata conoscenza di metodi e contenuti culturali e scientifici orientata al conseguimento del livello formativo richiesto da specifiche aree professionali.

Oltretutto, Presso le Università possono essere costituite:

  1. scuole dirette a fini speciali per il conseguimento di diplomi post-secondari per l'esercizio di uffici o professioni, per i quali non sia necessario il diploma di laurea;

     

  2. scuole di specializzazione per il conseguimento, successivamente alla laurea, di diplomi che legittimino nei rami di esercizio professionale l'assunzione della qualifica di specialista.

Quanto appena detto, serve a dimostrare che i diplomi di specializzazione in questione sono comunque direttamente riconducibili al riconoscimento di titoli abilitativi necessari all’esercizio della libera professione nei vari settori, che non sono, né potrebbero essere diversi, per la loro valenza giuridico-legale, da quelli già posseduti in precedenza da persone fisiche e tuttora validi sul territorio nazionale.

Finalmente, insomma: sia chiaro che la libera professione è intesa quella statuita dall'art. 5 - 1° comma - del D.P.R. 26/10/1972, n° 633, che definisce per "esercizio di arti e professioni" l'esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, di qualsiasi attività di lavoro autonomo da parte di persone fisiche ..... (non distinguendo tra laureati e diplomati).

Tuttavia, solo in presenza di valutazioni soggettive sul confronto tra il professionista A ed il professionista B si sarà in grado di stabilire la valenza obiettiva della preparazione tecnico-attitudinale dei due lavoratori autonomi, secondo cui riteniamo che l’uno sia più bravo dell’altro. Nient’altro. Almeno che non ci si trovi dinanzi a libere professioni come quelle impersonate dall’ingegnere professionista (abilitato a firmare elaborati di calcoli di staticità) o di quella ascrivibile al geometra professionista, cui è precluso il succitato compito.

Sembra doveroso, per l’occasione, fare osservare che le specificità del settore in argomento discendono unicamente dalla legge. Per l’appunto, da una consultazione dei DD.PP.RR. nn° 1067 del 27 ottobre 1953 relativo all’Ordinamento della professione di dottore commercialista (pubblicato nella G.U. n° 34 dell’11 febbraio 1954) e 1068 del 27 ottobre 1953 relativo all’Ordinamento della professione di ragioniere e perito commerciale (pubblicato nella G.U. n° 34 dell’11 febbraio 1954, appaiono, immediate, due considerazioni: 1) quanto alla comparazione delle competenze disimpegnate dalle due categorie dei rispettivi Ordini professionali, nessuna differenza intercorre tra l’esercizio della libera professione di dottore commercialista e quella di ragioniere e perito commerciale. La sola differenza intercorrente tra i dottori in economia e commercio ed i ragionieri è che ai primi è consentito insegnare nelle varie materie in scuole pubbliche, mentre ai secondi ciò non è permesso.

2) Quanto alla qualità dei contenuti professionali delle rispettive competenze, da leggersi in stretto collegamento con la summenzionata specificità, si citano – a mò d’esempio – alcune delle seguenti funzioni: è riconosciuta competenza tecnica nelle materie commerciali, economiche, finanziarie, tributarie e di ragioneria; la revisione dei libri obbligatori e facoltativi delle imprese ed ogni indagine in tema di bilancio, di conti, di scritture e di ogni documento contabile delle imprese; i piani di contabilità per aziende private e pubbliche.

Ma anche il Registro Nazionale dei Revisori dei conti, tenuto presso il Ministero di Grazia e Giustizia, ai sensi del Dlgs. 27/01/1992, n° 88, abilita al controllo legale dei conti, ed è un Registro unico, non distinguendo tra laureati e non; senza distinguo alcuno.

Sicché, si badi bene a non continuare ad espungere i diplomati abilitati tra i punteggi attribuiti alle specializzazioni. Ne potrebbe scaturire una discrimina non ammissibile, né sul piano logico-deduttivo, né sotto il profilo costituzionale (in quanto potrebbe essere invocata una questione di manifesta infondatezza dell’art. 3 Cost.) nella parte relativa alla violazione di un interesse legittimo consistente nella disparità di trattamento giuridico per l’univoca trattazione delle medesime materie specifiche, disimpegnate indifferentemente sia da laureati con master che da diplomati abilitati all’esercizio della libera professione.

E’ così vero che le abilitazioni professionali possono irrobustire l’ossatura di un ente, se si considera che la legge 15/07/2002, n° 145, per effetto dell'articolo 19 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n.165, apportando delle modificazioni al comma 10, stabilisce che i dirigenti, ai quali non sia affidata la titolarità di uffici dirigenziali possono svolgere, in aggiunta al altre funzioni, anche incarichi presso i collegi di revisione degli enti pubblici in rappresentanza di amministrazioni. Sicché questo postulato conterrebbe, a mio avviso, una sottesa equiparabilità tra il livello di responsabilità della funzione dirigenziale e quello della funzione di controllo, esercitata dal revisore dei conti.

Analogamente alla confusione rappresentata da talune incertezze contrattuali, sembra opportuno additare all’attenzione del legislatore l’annoso tema sul riordino della dirigenza pubblica, del suo autorevole ruolo in rappresentanza dell’amministrazione ed in certi casi con una preparazione approssimativa all’interno dell’assetto produttivo, senza responsabilità, senza obiettivi da raggiungere. Col dubbio che se non si rilancerà il prestigio della categoria nell’ottica di una visione manageriale, con crediti formativi per la partecipazione a stages e l’assegnazione di un budget di spesa, cui faccia da sfondo l’adozione di direttive precise, univoche ed inequivocabili (da impartire al personale dipendente), insieme ad una congrua carica motivazionale, si rischia di compromettere ogni possibilità di aziendalizzare il lavoro pubblico e di dare contenuto alla progettualità.

Per concludere, mi auguro che in futuro potrò assistere ad accordi contrattuali più rispondenti alle fattispecie produttive, suscettibili di riscontrare tra i lavoratori tanto più successo quanto più essi si caleranno nella variegata eterogeneità formativa dei pubblici dipendenti; prevedendo delle differenziazioni negli inquadramenti giuridici ed economici, e scongiurando quella politica populista sede di promozione di progressioni indiscriminate e foriera di appiattimenti delle intelligenze, in spregio soprattutto della qualità dei servizi resi ed al principio etico della libera autodeterminazione del lavoro.

Si assicurerà così il reclutamento dei migliori e a tale modello si dovrà ricorrere anche per deplorare "gli effetti distorsivi" che il criterio dei concorsi interni può produrre, attraverso forme di surrettizia reintroduzione dell'ormai superato sistema delle carriere, in contrasto con il canone del buon andamento dell'amministrazione, in ottemperanza al dettato della sentenza della Corte Cost. n° 194 del 16.5.02.

Sebastiano Battaglia

Funzionario di ragioneria dello Stato - Revisore dei conti

Per intervenire: matini@noccioli.it